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Distretto 38: il report dell’edizione 2017

di Nicola Gatti

Il report che abbiamo realizzato per Distretto 38 è un report di cuore, meno razionale, meno nitido di quanto in genere ci  ritroviamo a realizzare. Sarà l’influenza che ci ha colpiti nei primi 3 giorni del festival e ci ha bloccati a letto impedendoci di assistere a quella che ci raccontano essere stata una grandissima serata di apertura con Kode9 a livelli altissimi (prendete questa informazione con le pinze, ma, dagli addetti ai lavori agli utenti, il giudizio è stato piuttosto unanime) e alle successive due date roveretane (ci hanno raccontato anche di un Clap!Clap! in ottima forma), ma le nostre parole risentiranno più del solito dell’atmosfera e dei contesti nei quali ci siamo trovati, come in un bel sogno dai ricordi solo leggermente sbiaditi.

Partiamo dunque in medias res col venerdì, e diciamo subito: splendido, tutto meravigliosamente splendido. L’apertura, affidata ai Meine Liebe, ha scaldato a modo la pista lasciando Andrès, arrivato poco dopo le 23, in assoluta comfort zone permettendogli di partire house, non senza aver prima scratchato a dovere per mandare letteralmente in fiamme il dancefloor. House appunto, ma anche D’n’B, un pizzico di jungle, cambi di ritmo, filtri meno presenti del solito (non ne siamo grandi estimatori..): Andrès è stato forse il vero eroe della serata, ci ha fatto ballare fino a grondare dal sudore, sbagliando forse un paio di passaggi all’inizio ma rasentando poi la perfezione. E lo stesso Moodymann, nascosto dietro di lui per metà set avrà convenuto con noi. E non lo diciamo a caso: appena salito in consolle è parso subito iper-concentrato e determinato a non fare nulla meno del suo “collega” from Detroit. Con la gente dalla sua parte, gli abbiamo visto fare uno dei più bei set degli ultimi anni: podcast, video, occasioni “live”, non l’avevamo mai visto davvero così perfetto (siamo giovani, ma con un discreto numero di ascolti alle spalle), per selezione e precisione nel mixing (si è concesso persino i Beatles). Ci ha tenuto a far bene, sarà per il tipo di luogo, per Andrès che ha alzato l’asticella, per il pubblico coinvolto e non da “grande festival” come numeri, ma ne siamo stati davvero felici. Un altro rispetto a quello visto a Jazz:Re:Found due anni fa, tanto da pensare fossero lontani parenti. È stata decisamente una serata memorabile, protrattasi fino alle 3, e siamo certi che i presenti (in buon numero, anche se si poteva fare di meglio) la ricorderanno a lungo. Lasciamo il Sanbàpolis, venue della serata, sfiniti e appagati. Unico appunto: sarebbe stato perfetto ci fosse stato il bar in pista e non fuori, per permettere a tutti di restare concentrati sulla musica e sulla serata, ma è davvero l’unica pecca.

Distretto 38 report 2017

Torniamo al Sanbàpolis anche il sabato seguente, tardi a sufficienza (non per nostra colpa, purtroppo..) per perderci il dj set di apertura, trovando già la pista piena e Jeremy Underground all’opera. Non saremo morbidi: davvero un dj così quotato non è in grado di accompagnare il pubblico in un percorso musicale coerente o con un apparente filo logico-artistico? Lo abbiamo trovato decisamente ballabile e divertente ma facile, confuso, senz’anima. È mancato quel quid che ci è invece stato trasmesso dagli artisti del giorno precedente, come se fosse spaventato dal tipo di pubblico (molti erano lì per i 2manydjs, va detto) che aveva davanti. Una bocciatura è forse eccessiva, ma fossimo stati a scuola ne avremmo certamente rimandato il giudizio. Per i 2manydjs il discorso si fa diverso, e diviene necessaria una premessa: chi vi parla non ne è un fan, nè tantomeno un estimatore. Ecco: la loro performance è stata peggio di quanto ci aspettavamo. Come fosse il leitmotiv della serata, il tutto è parso molto confuso oltre che privo di senso artistico: ci aspettavamo fuochi d’artificio e dancefloor infuocato, ma nonostante i cambi di genere improvvisi (dalla tech-house alla dance) propedeutici al sorprendere il pubblico e raggiungere l’obiettivo “euforia”, il tutto è sembrato poco efficace. Al di là degli artisti, tutto il contesto è parso “nervoso”. Mai vista infatti una sicurezza così ingiustificatamente aggressiva nei confronti di tutti e priva di senso della misura: l’unione del fattore musicale a questi comportamenti odiosi e decisamente poco professionali ci hanno portato ad andar via prima della fine in modo da avere le batterie cariche per il party conclusivo della domenica pomeriggio, al MuSe.

Distretto 38 report 2017

E al MuSe la situazione è stata veramente perfetta: vedere radunate in un museo duecento persone, che spaziavano dall’universitario al sessantenne al personale del museo (davvero molto cortese e disponibile), ad ascoltare i preziosi dischi passati da Bradley Zero, uniti semplicemente dalla musica e dalla particolarità dell’atmosfera (il peccato è stato non poter ospitare il dj set sul terrazzo per via del meteo, ma è stato ugualmente suggestivo), è stata un’esperienza culturale e di aggregazione notevole, che spesso Trento fatica a generare nel suo tessuto cittadino. Forse è stata proprio questa la cartolina del festival, l’immagine che più è rimasta nella nostra mente: tre ore e mezza di dischi (2h e 30 Bradley Zero e 1h in b2b con NoEgo) e coinvolgimento, educazione ed euforia collettiva. La vittoria del Centro Santa Chiara e dell’organizzazione sta qui: la possibilità di creare sinergie, di accedere a spazi di valore individuandoli con cura, di rischiare un free entry con un artista di livello come Bradley Zero, con una vittoria su tutta la linea. E se si vuole continuare con una terza edizione la strada deve essere questa, con una riscoperta degli spazi pubblici a disposizione, cambiandone temporaneamente la destinazione d’uso: dj set e live nei teatri, nei musei, nelle strutture universitarie. Quanti hanno la possibilità di poter giocare (facendo anche da garante) tutte queste carte, facendo da collettore di realtà dalle finalità culturali diverse nella sostanza ma unite nei fini? Davvero pochi, e in questi due anni si è dimostrato che le collaborazioni sono vincenti, e quella di domenica 14 è stata la conferma definitiva.

Distretto 38 funziona e può funzionare, lo ha dimostrato, artisticamente e culturalmente: poteva essere premiato maggiormente dai numeri (al sabato in particolare), ma il lavoro prima o poi paga. E che grazie al lavoro di questi due anni sia successo qualcosa di particolare, sia da parte degli artisti (tantissime note positive), sia dalle bellissime immagini del festival e dei suoi fruitori, è evidente a tutti. Confidiamo che lo sia anche per chi sta dietro le quinte e deciderà il futuro di Distretto 38. La nostra fiducia è riposta in loro.

Ah, una chicca: vi lasciamo con lo splendido set in chiusura di Bradley Zero, b2b con NoEgo incluso!