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Herva: intervista ed anteprima estratta dal nuovo LP “Hyper Flux”.

Per la prima volta sui nostri schermi, abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con un ragazzo iper, anzi Hyper talentuoso, che viene da Firenze ed ha conquistato tutto il mondo dell'elettronica sperimentale: all'interno dell'articolo trovate anche la premiere ad una traccia dal suo nuovo album, in uscita sulla leggendaria Planet Mu.

di Tommaso Bonaiuti

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Hervè Atsè Corti, classe 1991, è uno dei nomi che fanno di più il giro sulle bocche di molti, quando si tratta di volti freschi dell’elettronica nostrana: è un ragazzo sveglio, i cui tratti tradiscono il fascino della multietnicità (la madre è ivoriana) – sebbene nei modi e nel parlato sia a tutti gli effetti un fiorentino doc; sotto una fitta schiera di dread, cela uno strambo universo di intuizioni illuminanti, una mente vispa che macina idee sonore e guida il nostro in processi compositivi sempre più liberi da schemi e preconcetti – “faccio musica per me stesso, senza celarmi dietro a troppe imposizioni mentali o concettualismi” (“art for art’s sake”, avrebbe detto qualcuno). Oppure, ancora: “sono anni che ascolto solo le cose che faccio, nient’altro”, perché Herva non si guarda troppo attorno, forse per un eccessivo spirito conservativo, per non farsi condizionare troppo, “contaminare” la propria creatura, o vai a sapere te.

Forse è un genio, ma non sarò di certo io a stabilirlo.

Comunque, la ricchezza della sua produzione, fino ad ora, è la controprova di questo suo talento lapalissiano: dagli esordi su Bosconi Records (per la sublabel Extra Virgin), in solo, o affiancato dall’amico e producer fiorentino Marco D’Aquino (aka Dukwa) nel progetto Life’s Track, fino all’approdo nella prestigiosa Planet Mu di Mike Paradinas, per la quale sta per far uscire il suo quinto full-length, “Hyper Flux”, una sorta di sogno lucido iper frammentato che pesta e mescola gli elementi sonori più disparati per il solito mix schizoide e altamente godurioso da parte del nostro.

Contatto quindi Herva per farmi dire qualcosa in più riguardo all’album, e lo trovo piuttosto provato e ingabbiato in uno stato di shock pre-laurea misto a stanchezza: “Sto preparando la tesi, mi laureo settimana prossima, proprio a ridosso dell’uscita del disco”, mi racconta, “penso quasi di più agli studi che all’album! Sento di avere la testa da un’altra parte, adesso”. Studia ingegneria elettronica: “è diventata una componente importante della mia musica, perché integro tutte le nozioni e gli insegnamenti della disciplina nella manipolazione delle macchine e del suono”.

Nonostante lo stress da tesi (che pare sia una delle cause più frequenti di decessi tra studenti universitari nell’ultimo lustro, insieme alla mononucleosi),  Herva è felice: la sua seconda uscita sul pianeta Paradinas, dopo l’ipnotico e sample-centrico “Kila” (2015), è una riconferma troppo importante da essere ignorata, e l’ennesimo step in un processo di crescita che sta mostrando i suoi frutti: “Lo sento maturo e convincente”, mi dice, “ci ho lavorato molto e credo che sia l’evoluzione più logica e spontanea di “Kila”, anche perché con il tempo sono cambiato, la mia personalità e il mio gusto si sono trasformati e così il mio approccio alla musica è mutato con essi. E’ come se “Kila” fosse stato registrato da un’altra persona – tutti cambiano, e anche tu sarai un’altra persona, domani”. Herva parla con concetti semplici e categorici, cristallini come l’acqua, come il vecchio saggio di una sparuta tribù; non si esprime per vie traverse, in antitesi alla natura poliforme e della musica che produce: nelle tracce di “Hyper Flux”, che come il titolo suggerisce si muovono in un flusso tra stasi e frenesia, potremmo trovarci di tutto, le influenze più disparate – io cito Flying Lotus, e lui, ovviamente, nega, ribadendo il concetto: “Flying Lotus spacca, ma quando mi sono messo al lavoro per il disco non ho fatto altro che ascoltare roba mia, al massimo musica di miei amici, del circuito di Bosconi, come Dukwa, Mass_Prod…”; ma, a parte questo, la quinta fatica di Herva evoca anche un immaginario piuttosto definito, le cui coordinate si muovono tra fantascienza e distopiche paranoie dell’era-social, come nel serial di culto “Black Mirror”: “Adoro quella serie, ma anche la fantascienza in generale – ho letto il “Ciclo delle Fondazioni” di Asimov, e “Interstellar” è il mio film preferito in assoluto, ha immagini molto evocative, ti fa viaggiare con la mente”.

Quest’immaginario riaffiora però con maggior forza nell’impianto visivo di “Hyper Flux”, con una copertina realizzata dall’artista Jonathan Tegelaars (fiorentino anche lui, a dispetto del nome), che non può che rimandare proprio a “Black Mirror”: per “Kila” c’era una stramba maschera rituale, qui invece, le schegge di uno specchio infranto, sovrapposte tra loro, che forse evocano proprio la rottura di quello schermo nero; io chiedo delucidazioni ad Herva, che mi risponde con un inquisitorio e scaltro: “Secondo te?”. Azzardo una risposta, non senza inerpicarmi nelle ripe scoscese di un astruso processo mentale. Ritiro la prima versione, mi affido ad una più semplice: è molto probabilmente il riflesso del suo sound frammentato. Non sono poi così tanto convinto dalla mia teoria definitiva, ma prima di aggiungere altro, Herva mi ferma: “Esatto. E’ proprio quello: se per te è così, è perfetto. Voglio lasciare ad ognuno la propria interpretazione della cosa”.

Un’impostazione mentale di tipo “Drexciyano”, in riferimento soprattutto al grande e compianto James Stinson e, pensando a Drexciya, con la mente navigo subito verso tutto ciò che vi è correlato, arrivando irrimediabilmente a DJ Stingray, il mitico esponente della Motor City, che spinge electro come nessuno e si cela dietro una balaclava; gli chiedo, sapendo che Stingray è un suo supporter ed avendo spottato dischi di Herva come presenza regolare nella sua borsa – perlomeno nelle 4/5 occasioni in cui ho assistito ad un suo dj-set -, che sensazione gli dia sapere di avere un supporter di quel calibro: è un onore sapere che una figura leggendaria come lui, un pioniere che è stato partecipe di realtà incredibili come Drexciya e Rephlex, per citarne qualcuna, supporta la mia musica. Ti può lasciar immaginare quanto rappresenti per me, anche come persona e non solo; come artista è un idolo assoluto, ma nonostante l’importanza rimane una persona umile e rispettosissima, gli auguro il meglio.”

#herva #djstingray @kristinnkis

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Preso bene dal pensiero di Stinson, gli chiedo se anche per lui – così come valse per la mente eletta Detroitiana – raccogliersi in se stesso, nella solitudine di casa o del suo studio (anche per molto tempo e senza avere quasi alcun contatto con l’esterno), sia un fattore importante nella concezione e sviluppo della sua musica: Stinson è uno dei miei artisti preferiti. Considero anche io il raccoglimento con me stesso importante, sopratutto quando sono in studio, anche se la solitudine in generale non è una cosa che mi influenza particolarmente, in realtà non sento il bisogno di isolarmi per stare in studio; io sono sempre lì, anche se non ci sono fisicamente. Passo molto tempo a pensare come utilizzare cosa, cosa mettere nei brani –  penso tanto alla musica, in generale.”

Ad onor del vero, ho impiegato molto tempo pure io, per scegliere quale traccia mi piaceva di più di Hyper Flux: mi sono deciso per la quarta in lista, “Rule The Sun” perchè, a mio debolissimo parere, esprime meravigliosamente un senso di “caos calmo”: quella sensazione ossimorica che accompagna il divenire di un “iperflusso”, dove ogni cosa si agita, muta inesorabilmente a colpi decisi e repentini ma – nel complesso – possiede un equilibrio interno che trascende l’armoniosità.

Congedo Herva dopo un’intensa chiacchierata, chiedendogli qualcosa in più sul suo futuro: “Beh, a parte la laurea ed “Hyper Flux”,  è in uscita un nuovo Tru West su Marmo Music (progetto che, oltre ad Herva, vede coinvolti anche Rufus, Mass_Prod e il fondatore di Marmo Music, Matteo Tagliavini), poi non saprei… ecco, credo che sistemerò il mio studio: ha bisogno di una ripulita, e ogni volta che finisco un album sento lo stimolo di riorganizzare e migliorare il setup: so per certo che ci vorranno dei mesi, come minimo”.

D’altronde, come mi ripeteva spesso mio nonno, “la pazienza è la virtù dei forti”; e se cotanta pazienza ha portato Herva ad un risultato come questo “Hyper Flux”, beh, allora, che il tempo sia dalla sua parte.

Hervè Atsè Corti,  born in 1991, is one of the most talked-about names, when it comes to the italian electronic scene: he’s a smart guy, whose appearance hints at multi-ethnicity (his mother is Ivorian) – although in manners and speech he’s 100% from Florence. Under his dreads, he hides a pretty peculiar universe of brilliant intuitions, driven by a bright mind, always in a urge for discovery and experimentation, leading him into compositional trials always as freed from pre-conceived schemes as possible – “I make music for myself, without sticking to pre-configured concepts and/or images” (“art for art’s sake”, someone said,). Or, again: “For years, I’ve been only listening to my personal stuff , and nothing else”, because Herva doesn’t mill around so much, maybe due to an incredible conservative spirit.

Or maybe, ‘cause he’s a genius, but who knows.

Anyway, his multifaceted production – catalogue, until now, speaks for itself as a proof of his wide-range talent: from the early days on Bosconi Records (for the sublabel Extra Virgin), as a  solo, or teaming up with fellow florentine producer Marco D’Aquino (aka Dukwa) in a project called Life’s Track, until his first release for the prestigious Mike Paradinas’ Planet Mu, on which he’s about to drop his fifth full-length, “Hyper Flux”, a sort of hyper-fragmented, lucid dream that stirs up the most diverse elements for the usual schizoid – highly entertaining mix of sounds.

When I get in touch with Herva to acquire some more infomation about the upcoming album,  I find him cooped up in a sort of ‘pre-graduating shock’, mixed with tiredness: “I’m preparing my dissertation, I’m graduating next week, just before the album’s release”, he tells me, “It feels like I’m a little bit spaced out, right now”.

He studies electronic engineering: “it has become a really relevant component in my music, ‘cause I sum up all the notions and the learnings of that discipline and take advtange of them, when it comes to working on my machines and with sound manipulation”.

Besides the lurking stress of editing his dissertation, Herva seems happy, and has all reasons to be so: his upcoming, second full-lenght on Paradinas’ Planet Mu – after 2015’s hypnotic and sample-centered “Kila” – is a too important reaffirmation to be ignored, and yet another step in a growing process that is bearing fruits: “I find it a really compelling work”, he says, “It took all my concentration and dedication, and I consider it as the most logical, yet spontaneous evolution of “Kila”, also because of how I myself changed since that release, my personality and taste for music now are different and so is my approach to it. It’s as if “Kila” had been recorded by another guy, you know, everyone and everything changes, it is the only constant – if you think about it, there’s a chance you’ll be different person, like tomorrow”. Herva doesn’t speak in tongues, he talks with simple words and concepts, clear as water, as the old wiseman of a small tribe, in antithesis to the multiform nature of the music that he makes: we could find almost everything in the tracks of “Hyper Flux”, the most different influences: as soon as I dare to pick out a name, mentioning Flying Lotus, he sneers a bit: “Flying Lotus is great, but when I started  working on the album, I listened to nothing but my own production, maybe some promos I get sent from  friend producers, but that’s it; I don’t know things like Bosconi’s catalogue, productions with Dukwa, or Mass_Prod…ofcourse I’ll listen to them, they are my pals!”;
Anyhow, Herva’s fifth effort evokes a pretty defined imagery, which coordinates moves between sci-fi and distopic paranoias of the social era, just like in the cult series“Black Mirror”: “I love that series, but also sci-fi in general – I read the “Foundation Cycle” by Isaac Asimov, and ‘Interstellar’ is my favourite movie of all, at the moment; it has really inspiring images, it makes your mind float around, to infinity and beyond”. 

This imagery resonates with more emphasys with the visual aspect of “Hyper Flux”, especially with the album cover courtesy of Jonathan Tegelaars, which perfectly recalls the atmospheres of “Black Mirror”: the cover ofthe last LP ‘Kila’, featured a strange ritual mask; here we have a messy stack of shattered glasses. I ask Herva for and explanation on the meaning of this artwork, and he wisely answers: “What do you think about it?”. I venture a not-so-convinced answer, slipping in the slippery slope of an abstruse theory. I reject it soon after, coming up with a new one: “it’s the reflection of your fragmented sound, plain and simple”. I still remain quite unconvinced by my final theory but, before letting me say anything more, Herva stops me: “Exactly. That’s it, man: if that’s your vision, it’s perfect. I want anybody to have his own interpretation on that matter”.

A kind of “Drexciyan” way of thinking, with special reference to the great and missed James Stinson; taking about Drexciya, I inevitably think about DJ Stingray, who still pumps electro as well anybody else, hiding his face behind a balaclava;  knowing that Stingray is an estimator of herva’s music – having spotted  Herva’s records in Stingray’s bag almost every time I got to attend on of his gigs – I ask him how it feels to have such a supporter : “it’s an incredible honour knowing that a legendary figure like him supports your music. He’s an idol for me, a wonderful person who, besides his importance in the electronic music scene, still remains extremely humble and respectful. I wish him the best”. 

#herva #djstingray @kristinnkis

Un post condiviso da disconnect (@disco_nnect_) in data:

Extending the talk about Stinson’s  modus operandi, I ask him if solitude and the need for isolation from the outer world means something particular to him as well: Stinson is one of my favourites. I also consider contemplation and quiet as an important element, expecially when I’m working on new music, even if solitude is not  something mandatory within my working process – in fact, I don’t feel the necessity to be completely alone, when I’m in my studio; somehow I’m always there, even if I’m not physically there . I spend a lot of time  just thinking about which and  how to use my gear, how to shape my tracks – I think a lot about music in general, at any given time.”

To be perfectly honest, to choose which track to premiere, took me quite a lot of thinking as well. In the end I decided myself for “Rule The Sun”, n° 4 on the list because, to me, it marvellously expresses a sense of “quite chaos”: that dulistic sensation, associated to the ever-evolving condition of a “hyperflux”, where everything is shaken by relentless, wrath-like, yet somehow harmony-reaching change. All in all, sensual and intriguing, just like Nature.

Before the farewell and after an intense chat, I ask Herva something more about his future: “Well” – he says – “besides ‘Hyper Flux’, a new ‘Tru West’ record is about to drop on ‘Marmo Music’, then to be honest I don’t know yet… I really want to sort out my studio, clean it up a little; every time I’m done with an album, I kinda feel the need to improve and modify my setup. I know, for sure, it’ll take months to get it done”.

Like my grandpa used to say, ‘patience is the virtue of the strong’  and, if that much patience brought Herva to a result like ‘Hyper Flux’, may time be on his side.