I cookies ci aiutano a migliorare l'esperienza e a proteggerti. Continuando ad usare il sito, accetti le condizioni.

Sulla sfortuna e come uscirne vittoriosi: il nostro racconto del Jazz:Re:Found 2016

Il festival torinese, megafono di quel mondo musicale fatto di contaminazioni, crossover sonori, radici e avanguardie ha vissuto un'edizione travagliata. Tra defezioni dell'ultimo secondo e tour saltati, a Jazz:Re:Found 2016 hanno pagato le scelte, talmente di valore e ben calibrate che il festival è riuscito nuovamente a farci emozionare, permettendoci di godere al meglio delle presenze più che farci mancare le assenze. La ricetta? Beh, piuttosto complessa, vi tocca leggere sotto!

di Nicola Gatti

Due mesi. Questo report era in cantina da due mesi: riflessioni, il sito bloccato da problemi tecnici, una laurea incombente. Ma siamo di nuovo qui, e quanto scritto due mesi fa, quando Jazz:Re:Found volgeva al termine, ci pare ancora molto calibrato e onesto, sincero, integro. E quindi eccolo, in tutta la sua lunghezza: un festival così non si poteva liquidare con due parole.
Benvenuti nel mondo di JRF2016, ascoltato dalle nostre orecchie.

Pregno di contenuti, fisicamente provante, emozionante, a tratti illuminante: Se dovessi descrivere sinteticamente il festival che lo staff di JRF è riuscito a portare in scena userei queste parole.
Ma andiamo per gradi.
Jazz:Re:Found 2016 nasceva come l’edizione più rischiosa, appassionata e ricca di sempre. Suo malgrado ha dovuto perdere per strada quelli che possiamo considerare, senza troppi azzardi, gli artisti “di punta” in line-up, cioè i De La Soul, che hanno annullato la data insieme a tante altre in giro per il mondo, con modi quantomeno discutibili (neanche un annuncio ufficiale) e privi della benchè minima gratitudine verso il festival e il pubblico. È poi stato annullato il concerto dei GoGo Penguin (assieme a quello che sarebbe dovuto andare in scena il giorno dopo a Trento, per Jazz’About), per un ricovero d’urgenza improvviso di Chris Illingworth, il pianista della band, a tre ore dal concerto. Nonostante tutta sta sfiga accorpata, qualche polemica e il poco tempo per “rimpiazzare” gli assenti, gli organizzatori sono riusciti a rilanciare le “perdite”, chiudendo Gilles Peterson, Colle der Fomento e Sadar Bahar, al posto dei De La Soul (e spostando Dego alla domenica) e a convincere un super Mr. Scruff a prolungare il suo set, per compensare il vuoto lasciato dai GoGo Penguin.
Non male, visto che un festival di questo tipo necessita, ovviamente, di mesi di preparazione e gig del genere, saltate all’ultimo, sono di norma un vero e proprio disastro, a cui solo pochi festival sanno sopperire in tempi così stretti, specialmente quando gli artisti da sostituire sono di alto livello. Difficoltà dunque, al quale si è risposto con eccellenze musicali, presenza costante sui social e soprattutto attenzione verso i propri “clienti-ascoltatori”, grosso dettaglio in cui molti festival sono carenti.
Le location erano ben 7: Circolo dei Lettori (per gli aspetti più “culturali”), Spazio 211, Spazio Dora, Cap 10100, Scuola Holden, Teatro della Concordia, Magazzino sul Po. Tante, forse troppe, anche se ben gestite durante i vari giorni. Ci siamo mossi tra posti senza tempo (Circolo dei Lettori), spazi enormi (Teatro della Concordia) e discoteche vecchio stampo (Spazio Dora), trovando sempre un pubblico caldo e partecipe e, soprattutto, eterogeneo per età e genere. L’unione tra jazz, elettronica e le influenze black che contaminano questi mondi e che contraddistinguono la maggior parte degli artisti in cartellone, hanno attirato un pubblico che ha toccato le 9300 unità, nei cinque giorni di festival, catturando un’ampia nicchia di pubblico, solitamente “trascurata” a queste latitudini.
Jazz:Re:Found anche quest’anno è stato un bel successo, con multi punti a favore e ben pochi contro.
Non resta che andare a snocciolare giorno per giorno il festival, in un racconto che a posteriori risveglia in noi emozioni e sensazioni positive, e un vago senso di nostalgia (perlomeno fintanto che non arriverà il giorno della prossima edizione! ndr).

Mercoledì 7

Arriviamo a Torino accolti da un bel sole e temperature gradevoli, lasciamo le valigie e subito di corsa in centro al Circolo dei Lettori. Dopo qualche giro in tondo troviamo il posto, che si presenta in tutta la sua maestosità ed eleganza. Ritiriamo il nostro accredito ed entriamo nella sala, dove il calligrafo e artista Luca Barcellona è intento a dipingere una tela, con sottofondo musicale a cura di Rocco Pandiani, impegnato nella selezione di dischi di John Coltrane provenienti dalla sua personale collezione. La situazione è di grande atmosfera, pubblico attentissimo e quasi teso per via dell’eccezionale performance, conclusasi con una splendida tela, posizionata, a partire dal giorno dopo, all’interno della piccola mostra dedicata a Coltrane che Jazz:Re:Found ha avuto modo di allestire nella sala adiacente a quella dell’esibizione. La sala in parte si svuota, e tocca a Barcellona selezionare i dischi per i successivi 45 minuti, mentre noi assaggiamo lo shottino offerto dallo sponsor, Molinari. Il battesimo di questa edizione di Jazz:Re:Found 2016 è stato veramente d’impatto e ben strutturato, e ci avviamo verso lo Spazio 211 dopo una cena al volo con un ghigno pieno di soddisfazione e apprezzamento, sfregandoci le mani per quello che ci aspetta.

Jazz:Re:Found 2016, Luca Barcellona e Rocco Pandiani
Yussef Kamaal (una delle nostre performance consigliate tempo fa) hanno fatto letteralmente entrare il pubblico dello Spazio 211 in uno stato di trance estatica indotta dai ritmi travolgenti della batteria, gli assoli fulminei alla chitarra e dalle lunghe e psichedeliche serie di note alle tastiere.
I brani dell’album uniti a fasi di pura improvvisazione sono scivolati via senza neanche farci accorgere dello scorrere del tempo. Impressionanti dal punto di vista dell’impatto e della tecnica come della resistenza, il loro concerto ha avuto dei ritmi incredibili e pochissime pause. Il pubblico, numeroso ma non da sold out ha reagito benissimo ed era uniforme nel giudizio, più che positivo e a tratti entusiastico. Bisogna registrare però anche un audio non perfetto e un acustica non eccezionale, ma nulla che potesse precludere l’ascolto.

Jazz:Re:Found 2016, Yussef Kamaal
Dopo il concerto è salito sul palco Ensi per una clash ispirato alla serie The Get Down che ha visto alternarsi anche artisti piuttosto noti come Shade e Willie Peyote. Ascoltiamo per un po’, poi decidiamo di spostarci allo Spazio Dora per goderci la serata dall’inizio, e nonostante qualche malumore all’ingresso per il leggero ritardo d’apertura, ci catapultiamo dentro per il set dei Grasso Brothers. Tutt’altra storia la loro rispetto alla performance al RoBot, hanno scaldato la pista il giusto per l’arrivo di Ensi, che ha avuto l’onere e l’onore di aprire a Grandmaster Flash. Proprio al rapper torinese va il nostro più grande applauso: ha tirato su il pubblico in una maniera pazzesca nonostante la freddezza iniziale, è riuscito a coinvolgere anche noi che non siamo abitualmente il suo target. Chapeau ragazzo.
Grandmaster Flash è un animale da palco e ne abbiamo avuto la conferma: alternando fasi old school ad altre fatte da hit famosissime di ogni genere (abbiamo ascoltato pure Chic, Diana Ross, per capirci), ha mandato i fan in visibilio facendo saltare tutti dal primo all’ultimo minuto, mentre b-boys e b-girls davano il meglio all’interno di cerchi improvvisati in pista, incitati dallo stesso GMF al microfono. Seppur non impeccabile tecnicamente, lo show funziona alla grande e un pubblico così partecipe non ha potuto fare che contagiarci e coinvolgerci.
La serata si è poi conclusa con il set di Luca LTJ Trevisi, che ci ha riportati su terreni più disco e house fino all’alba.
Torniamo stanchi ma felici, ed eccetto qualche problema di audio allo Spazio 211 e, soltanto all’inizio, allo Spazio Dora, piacevolmente colpiti dalla presenza di spazi dove riposarsi e dalla perfetta gestione della zona bar tramite token, cose che avevamo segnalato l’anno scorso e che quest’anno si sono rivelate ben gestite e congeniate. Un festival fatto bene si vede dai dettagli, e dalla capacità di imparare dal passato.

Giovedì 8

Il giovedì sarebbe dovuto essere il giorno dei GoGo Penguin, e invece a 3 ore dal concerto ci giunge notizia del forfait. Dopo i primi minuti di incredulità, da Jazz:Re:Found ci comunicano con un post pubblico su Facebook che verranno sostituiti dal buon Passenger, (considerabile praticamente come un resident del festival) e Mr. Scruff prolungherà di ben 2 ore (passando dalle 3 previste a 5) il suo dj set. La rabbia per l’annullamento è tanta, specialmente per chi ha fatto molti chilometri solo per la band inglese, ma la comprensione nei confronti dell’organizzazione non può mancare: non si possono sostituire, a così poco tempo dal concerto, artisti di quel calibro con altri di egual valore. La data verrà recuperata e si potrà accedere con lo stesso biglietto, e in tutta onestà crediamo che non si potesse fare molto più di questo.
Noi arriviamo al Cap 10100 in ritardo (con la complicità dei mezzi pubblici torinesi, che passano praticamente quando vogliono loro), quando Scruff ha ormai cominciato da mezz’ora, con una cornice di pubblico veramente notevole e già parecchio in palla. Veniamo accolti da un meraviglioso disco made in Nuyorican Soul (The Nervous Track) e capiamo subito che probabilmente la serata sarà speciale. Non sbagliamo, Scruff mette in fila perle su perle, spesso rarità per le quali saremmo pronti a vendere un rene pur di conoscerne il titolo, ma i dj set migliori in fondo sono quelli in cui non sai quello che stai ascoltando, non lo saprai mai, le gambe vanno da sole, la voce produce urletti involontari di godimento misto a sorpresa e la fine arriva troppo presto. Quattro ore e 15 non sono bastate, un dj set così non ti rende mai sazio. Disco, dub, reggae, jazz, i generi alla fine non servono, sappiamo solo che è stato meraviglioso, noi c’eravamo e ringraziamo Mr. Scruff e Jazz:Re:Found per questo indimenticabile regalo.

Jazz:Re:Found 2016, Mr Scruff

Photo Credits: Francesco Stella

Venerdì 9

Che bello assistere a un’esibizione di Max Loderbauer e Luigi Ranghino: per loro si ritorna al Circolo dei Lettori il venerdì pomeriggio, per assistere a una performance intensa e impattante sul pubblico, attento e numeroso come il primo giorno. Pianoforte e synths si intersecano e si scontrano per poi reincontrarsi e completarsi, tra fasi di rilassamento e calma e altre di puro delirio sonoro. Avevamo già assistito a una performance dei due al MUSE di Trento per Distretto 38, e come quella volta diciamo: fantastici, semplicemente fantastici. E gli apprezzamenti a fine performance da parte del pubblico (anche in questo caso super-eterogeneo) avvalorano il nostro giudizio.

Jazz:Re:Found 2016, Luigi Ranghino e Max Loderbauer
Cena rapida e alle 22 siamo già allo spazio Dora, dove Dj Fede sta facendo warm-up. Tra due chiacchiere e un giro in pista, giunge l’ora dei Colle der Fomento, che però vengono invertiti con Painè, che mette su un dj set un po’ funk un po’ dub ma che non ci coinvolge fino in fondo. All’arrivo del gruppo romano, che ormai cavalca i palchi dal lontano ’94, il pubblico si infiamma, si entra prepotentemente in quella che è stata l’età dell’oro del rap italiano, gli anni Novanta. Tra i brani portati sul palco ricordiamo particolarmente bene La Forza e Benzina sul fuoco, tratte da da Anima e Ghiaccio, del 2007, del quale hanno fatto anche altri pezzi durante il concerto. Dopo venti minuti dei Colle, pensiamo di fare un salto nel Dude Stage, nella saletta affianco, dalla quale si accedeva dall’esterno. Leon Vynehall sarebbe arrivato di lì a poco, e Abstract era impegnato a preparargli la pista, ma in un contesto veramente desolante. Quindici persone (noi compresi) facevano la spola tra pista e ingresso, luci rosse troppo forti e luminose, impianto insufficiente e volume tale che si potesse parlare con tono moderato senza neanche alzare la voce nel bel mezzo del dancefloor. Andiamo via sconsolati, cercando di non perderci Gilles Peterson sul Main Stage. Dj storico della BBC, con il suo Worldwide è uno dei personaggi della musica più influenti e “colti” al mondo. Sotto le sue mani passano dischi dei generi più diversi, ed è un grandissimo appassionato di musica africana e sudamericana. Il suo set ne è la riprova: Gilles, accompagnato da Rob Gallagher, ci porta abilmente nel suo mondo per un’ora di chicche esotiche e jazz, che lasciano un paio di volte spazio anche a dischi “pestoni” e cassa dritta. Ci è piaciuto ma avevamo aspettative ancora maggiori.

Jazz:Re:Found 2016, Gilles Peterson

Sul finale di set torniamo in Dude Stage, dove la situazione è nettamente migliorata: luci più basse, audio più che dignitoso, pista abbastanza piena e Vynehall con tanto di giubbotto dietro il mixer. Sempre sul filo che intercorre tra house e tech-house, il dj inglese non ha entusiasmato quanto speravamo, portando un set lineare, gradevole e ballabilissimo, ma senza particolari note di merito.
Serata finita? Neanche per sogno! Sadar Bahar dopo Peterson e il pubblico è ancora lì che balla, e noi insieme a loro, lanciati da un inizio più “spinto” del suo solito e dalle bellissime sensazioni date dal contesto in cui ci trovavamo. Bravo lui, ma come spesso accade quando si hanno aspettative troppo alte (e le avevamo), non siamo stati pienamente soddisfatti, specialmente paragonando a livello di sensazioni il set di Bahar a quello di Mr. Scruff, che ci ha fatto godere come matti il giorno prima. Le ultime due ore del venerdì notte, diventato ormai quasi mattina, sono cosa di Dj Khalab e Clap Clap, bravissimi a prosciugare le ultime energie del pubblico ormai sfinito da una serata lunghissima e riuscita alla grande (nel Main Stage) sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista delle esibizioni, tutte di pregevole livello.
Che dire? Se non fosse stato per la Side Room con il Dude Stage che non ci ha convinti appieno, sarebbe stato tutto perfetto. Siamo dell’idea che se le cose vanno fatte, vanno fatte dando il massimo, e quell’ambiente ci ha dato la sensazione che il massimo non sia stato dato, abbozzando soltanto un contesto che poteva essere ancor più valido. Peccato!

Sabato 10

Il nostro ultimo giorno a Jazz:Re:Found (un bus ci aspetta la domenica mattina, ma possiamo comunque ritenerci molto soddisfatti) comincia alle 15, con il talk sulla cultura black moderato da Damir Ivic, che ha visto la partecipazione di Lou Constant-Desportes di Afropunk, Francesca Magnani (che ha fotografato Lou), Federico Sardo, Raffaele Costantino e Johanne Affricot (GRIOT, conosciuta anche per The Expats). Si è parlato della necessità di avere spazi per raccontare la propria storia, le proprie diversità dal blocco “nero” spesso e ancora erroneamente considerato omogeneo, dei collegamenti musicali tra Italia e la black music, della difficoltà di promuovere gli eccellenti artisti\musicisti  italo-africani e di quanto siamo esterofili in tal senso. Durante il talk sono venuti fuori altri mille argomenti validi e soprattutto sentiti, da scriverne un articolo intero, che qui non possiamo sviscerare perbene. Bellissima iniziativa da parte degli organizzatori, un plauso a loro e a chi è intervenuto, perchè un approfondimento del genere è un ulteriore segnale di quanto a tutti stia realmente a cuore la questione, quanto mai attuale.

Jazz:Re:Found 2016, dibattito

Un paio di bus dopo siamo alla Scuola Holden, dove alle 19 un certo James, dal cognome casualmente omonimo della location, si sarebbe esibito con il suo live. Lo diciamo subito: non ci ha fatto impazzire. E diciamo subito perchè: Holden è un genio, uno dei migliori performer, uno considerato da tutti l’eccellenza. Ed ecco: da uno così ci aspettavamo qualcosa di più. La formazione live, composta da 5 elementi, ha eseguito brani molto “etnici”, sognanti, che hanno trasportato altrove il pubblico, in un vero e proprio safari dal risultato molto psichedelico. Tutto il concerto è sembrato qualcosa di già visto e di già sentito, fatto benissimo per carità, di ottimo impatto, ma già sentito. Magari non eravamo nella posizione giusta, magari siamo entrati con orecchio troppo critico e poco aperto e rilassato, ma a differenza di molti, non ci ha entusiasmato. Ed è un peccato (almeno per noi che la pensiamo così) perchè il pubblico è stato attento e coinvolto sempre, la location era una chicca da ogni punto di vista, tutto era davvero azzeccato. Probabilmente tra qualche anno ci mangeremo le mani di averlo scritto, ma c’è da essere onesti.

Jazz:Re:Found 2016, James Holden
Ce la prendiamo con comodo per andare da Tony Allen visto che con i mezzi non avremmo fatto comunque in tempo ad arrivare in orario, mangiamo e andiamo comunque al Cap 10100 a giochi iniziati. Arrivati all’ingresso ci si presenta davanti agli occhi un pubblico davvero gremito (ci si stava tutti dentro per miracolo e belli stretti) e ci rendiamo conto che entrare sarebbe stato impossibile. Ci asteniamo quindi dal dare giudizi azzardati e forzatamente parziali, ascoltiamo gli ultimi venti minuti di concerto e andiamo a prendere l’autobus che in 50 minuti di avrebbe portato al Teatro della Concordia. Quando arriviamo ci sono ancora gli Stump Valley in dj set, ma privilegiamo Volcov nella saletta (bella) al piano di sopra. Solita perfezione stilistica e gusto raffinato per l’artista italiano, pubblico iper-coinvolto e sonorità iper-trasversali a spaziare tra house, disco, influenze jazz-funk e chi più ne ha più ne metta: non delude mai. Mezz’ora più tardi giunge il momento del vero e proprio main act al Teatro: Underground Resistance, con il progetto Timeline. Due ore scarse di pura goduria in cui non ci siamo fermati un minuto: passato e futuro, techno e jazz, durante il loro live è sembrato stessimo scorrendo le pagine di buona parte della storia musicale degli ultimi 25 anni: è qui che abbiamo capito veramente nel profondo la mission di Jazz:Re:Found, come un cerchio che si chiude. Ci sono passati davanti nella mente tutti i concerti e i sets a cui abbiamo assistito. Le contaminazioni, l’aggregazione dei generi musicali e delle persone più diverse, elettronica e strumenti “tradizionali”, il live degli UR è stato il messaggio finale di un festival che abbraccia le radici, ma si proietta verso un futuro senza barriere e confini di genere (di musica come di persone) e di rilettura e rielaborazione di ciò che di buono ci ha lasciato il passato. Strings of Life è stata solo la chicca finale di una prestazione magistrale a cavallo tra jazz, soul, dove i suoni acidi incontravano il sax in un mix esplosivo. Col fiato ormai finito, restiamo ad ascoltare Claussell: bravo ma non ci entusiasma il fatto che continui a intervenire sul disco in maniera spasmodica, impedendo di godercelo nella sua originalità (anche se sappiamo che di norma fa di peggio). Ritorniamo al piano di sopra, dove Soichi Terada si destreggava dietro il dj booth per il suo live super-fresco e allegro, a cavallo tra house e deep. Il divertimento con lui non manca mai, e anche questa volta è andata così. E diciamolo: vedere degli artisti veri divertirsi e sorridere durante la performance trascinando il pubblico nello stesso status attraverso la propria musica è una cosa che non ci stuferà mai.
Jazz:Re:Found 2016, Underground Resistance

Alle 6 prendiamo l’autobus da Venaria, che ci riporterà alla nostra base torinese, e 6 ore dopo parte il nostro Flixbus per il ritorno a casa. Siamo certi che la domenica con Dego sarà stata speciale, ma ci mettiamo una pietra sopra cercando di non pensarci. Il nostro Jazz:Re:Found finisce qui, con una forte, fortissima convinzione: se quest’anno si è puntato molto molto in alto ed è andata bene nonostante i forfait, l’anno prossimo basterà riprovarci. Perché il festival ha tutte le carte in regola per essere il miglior festival che l’Italia possa offrire. La ricetta è quella giusta: unire i grandi nomi del passato e del presente (di quelli che in Italia passano raramente, tra l’altro) alle migliori proposte contemporanee e future (Jacob Collier, Yussef Kamaal, GoGo Penguin, spesso anticipando le mode fregandosene altamente di quale esse siano, finendo spesso a contribuire nel dettarle), con un’organizzazione attenta, rapida e puntuale a fare da collante. Torino è un terreno fertile per i festival in Italia, ne abbiamo avuto la conferma, gli spazi ci sono, il pubblico anche, e c’è la passione, da parte di tutti. L’anno prossimo prenditi quello che è tuo, Jazz:Re:Found. Ce la puoi fare, perchè sei il festival che mancava, uno spazio vuoto nel mondo musicale italiano ed europeo riempito con criterio e serietà. Manca solo un pizzico di fortuna, ma arriverà, perchè il seminato è di quello buono.

Grazie di tutto, ci rivediamo tra 11 mesi.