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Primavera Sound Festival 2017: il report.

Cronaca (semi) delirante di un'altra trasferta catalana per la ciurma di SoundBound. A cura di Tommaso Bonaiuti.

di Tommaso Bonaiuti

Sono le sei del mattino di una domenica qualsiasi, una domenica catalana. I primi, tenui e timidi raggi di sole si stagliano nella brezza mattutina, lambendo quei 2 km scarsi di litorale cementato, che sta via via svuotandosi di una sostanziosa transumanza di teste assonnate e corpi ciondolanti: il Parc del Fòrum, immenso parco giochi fino a poche ore prima animato da luci, suoni e da un’aria di festa, adesso è vuoto palesando al suolo un oceano di bicchieri e lattine accartocciate – la scena del crimine perfetta, per il best party ever. Il baccanale è finito, andate in pace. È ovvio che l’atmosfera sia un po’ così, felliniana, di agrodolce hangover: c’è qualche inglese, ancora disperso tra i fumi dell’alcool, che continua a cantare e a fare festa, c’è chi ha palesemente bisogno di una doccia (il sottoscritto) o di riposare, e c’è anche qualcuno che evidentemente non ne ha abbastanza, e continua a saltellare a destra e a manca come una molla. Io puzzo di alcool, sono sudato come un maratoneta e la camicia mi si è appiccicata addosso tipo seconda pelle, porto un paio di occhiali da sole che celano un due occhi da ricovero istantaneo, e attorno a me vedo tutti gli altri, migliaia di sagome, stanche, confuse, meravigliosamente perse nella loro ebbrezza, che sbuffano trapelando una certa soddisfazione, come si fa dopo un amplesso di un certo livello: la goduria è stata massima, ed ogni testa di quella marea umana porta con sé una piccola smorfia, un sorrisetto che spunta da ogni volto e dice molto, anche più di mille concetti, report, articoli e considerazioni a caldo, di quanto il Primavera sia per molti, più che un festival, un autentico rito collettivo, l’Evento per definizione. È un crimine non esserci, e solo chi c’è stato sa di cosa sto parlando: a bando i sensazionalismi, però, è ancora legittimo, nel 2017, lasciarsi piacevolmente stupire da uno dei festival notoriamente più celebri e goderecci del globo? La risposta è scontata quasi quanto la domanda: giunti alla diciassettesima edizione, Gabi Ruiz e sodali hanno deciso di ampliare ulteriormente la loro grandeur, facendo leva sulle solite e preziosissime doti di tempismo e capacità comunicative fuori dal normale, e lavorando su di un progetto che può essere benissimo riassunto nel concetto di “festival 2.0”. Questo è sicuramente il loro anno, e la volpata dell’ Unexpected Primavera, del quale avrete sicuramente letto e/o sentito parlare durante i giorni del festival e in quelli successivi, è stata soltanto uno dei tanti passi volti a realizzare, secondo molti, la miglior edizione del Primavera dalla sua nascita a questa parte – e pensare che addirittura molti si erano lamentati della line-up, giudicata piuttosto scarsina e sottotono rispetto a quella (seppur sontuosa) della scorsa edizione: io, e lo dico senza sicumera, l’avevo trovata da subito brillante nel saper attingere da differenti universi sonori, nel suo essere così eterogenea e coerente allo stesso tempo, coniugando nomi freschi e in piena fase-hype della black music (Solange, Miguel) e i soliti baluardi dell’indie (The xx, Arcade Fire) ad immarcescibili icone di stile come Grace Jones, o buttando sempre l’occhio alla quota-anzianità (Van Morrison, The Zombies), passando però per oscuri ripescaggi e recuperi da un passato neanche troppo remoto (The Make-Up, Saint Etienne). Per non parlare poi della defezione di Frank Ocean, altro personaggio di peso della line-up, magistralmente sostituito da Jamie xx (ne parliamo dopo, promesso), ma che ha messo in seria difficoltà gli organizzatori di fronte alle lamentele di molti paganti che si erano spostati in Catalogna quasi solo ed esclusivamente per il rapper di New Orleans (caro amico fan di Ocean: tra tutto quel ben di dio avrai trovato qualcosa per consolarti, no?).
Insomma, il piatto era ricco e ce n’era per tutti i gusti, dal metallaro al clubber: questa è stata la vera vittoria del Primavera Sound Festival 2017. Ma ciò che è sfuggito a molti, persi nell’ estasi del divertimento, o affogati negli amarcord nostalgici di cui sopra, è stato un messaggio, sussurrato in milioni di orecchie, come sparato da una freccia da un villaggio a un altro, un villaggio neanche troppo lontano, pellerossa docet: ciò che i ragazzacci del Primavera hanno cercato di dirci, è che il derby con l’imminente Sònar è cosa concreta e fattiva, no way; la nostra non è mera malizia o caccia allo scandalo, anzi: quest’anno infatti la cosiddetta “spiaggetta” del Bowers & Wilkins soundsystem (inaugurata un anno fa, ricordiamolo) ha ospitato una sorta di festival-nel-festival, con una programmazione di tutto rispetto che partiva da nomi come Ben Ufo, Fatima Yamaha o Recondite per arrivare a cose assolutamente più oscure o per palati fini, come Huerco S. o Vladimir Ivkovic, con il beneplacito di un nuovo e nutrito pubblico, più a suo agio nell’habitat naturale della dancefloor, che in quello del pit.
Quindi ok l’Unexpected e l’app in tempo reale, vada per la line-up tuttifrutti e le consuete esibizioni memorabili, ma a ben pensarci la parolina d’ordine per descrivere al meglio questo Primavera è groove. Ha vinto il groove, punto e basta, e non parlo solamente del dj set pomeridiano, ipnagogico e teso verso le nevrosi techno, di uno dei due Kiasmos (il capelluto Janus Rasmussen, “orfano” di Olafur Arnalds), o del live dei Talaboman (Alex Boman e l’idolo di casa John Talabot), che hanno riproposto per intero (e nell’ affascinante anfiteatro del Ray-Ban Stage) il loro The Night Land, chiudendo così la giornata del venerdì, ma mi riferisco anche all’ esibizione mostruosa dei !!! (o Chk Chk Chk per gli amici): affiliabili a tutto quel filone, à la page qualche lustro fa, del dance punk di scuola DFA Records, figliocci di James Murphy e predicatori del verbo-LCD, i californiani hanno aperto una voragine riportandoci indietro ai fine-settanta di Disco Inferno e del febbrone travoltiano, con un live sudatissimo e molto partecipato (ballavano anche quelli a sedere, per dire) a concludere in maniera perfetta l’ultimo giorno di paradiso, prima dell’immancabile dj set filo-trash di Dj Coco. Per me, autentici vincitori del festival: il magnetico frontman Nic Offer, che si è esibito come al solito in completo elegante e shorts ed ha sfoggiato mossette degne del miglior James Brown, è posseduto dal demone del groove, almeno quanto lo è Romare (al secolo Archie Fairhurst) che, balzando indietro di qualche giorno, ha concluso il “welcome party” di mercoledì alla sala Barts, e presentatosi con due rinforzi necessari e graditi (percussioni e basso) ha proposto la sua destrutturazione/santificazione della black music, suonando perlopiù le tracce dell’ultimo, ottimo album Love Songs: part two, in un set ascendente che ha poi consumato nel finale una deflagrazione techno a base di 4/4 e bassi sparati in faccia – con tanto di citazione ai Fratelli Chimici. Chapeau.
Qui qualcuno si stava per caso lamentando di Frank Ocean? Scrivevamo sopra della sua ritirata all’ultimo, che ha lasciato fan e organizzazione spiazzati e un po’ orfani della sua ingombrante aura di hype, ma se c’è stato un colpo di coda definitivo da parte del Primavera, quello è stato senza dubbio il set “sostitutivo” di Jamie xx, che da “delfino” si è autoritariamente imposto come patriarca e demiurgo del groove. Il nostro è infatti salito sul grande palco dell’Heineken dopo un’ora circa dalla sua esibizione con The xx: paffutello e serafico, vestito della classica camicia brutta a maniche corte da albionico in vacanza alle Canarie, ed accompagnato dalla fida ed immancabile disco-palla, Jamie ha preparato uno dei set “ad-interim” più clamorosi e danzerecci ever, a partire dalla scelta furba e provocatoria (e forse anche un po’ paracula) di iniziare e concludere il set con due tracce proprio dello stesso Ocean, passando però in mezzo di TUTTO, da tracce funk e northern soul, echi di Uk bass e mash up di alcune tracce del suo In Colour, per arrivare a Stop Bajon di Tullio de Piscopo. Cioè ragazzi, TULLIO DE PISCOPO. Adesso t’immagini proprio il buon Jamie a far compere nei negozi di dischi, giù a Camden o a Soho, a fare digging sfrenato tra i vinili e pescare chissà quali oscure perle italo disco anni ottanta e funkate partenopee – citando un mio caro amico e compagno di avventure, in preda alla foga durante il set, “questa è gente che SA la musica”, ed è vero, lo capisci da come questo ragazzo incastra i pezzi, come gioca con le citazioni e balza da un periodo a un altro, da un disco ad un altro con mostruosa disinvoltura, oppure da come fa entrare e uscire le tracce e come ogni suo set sia perfettamente omogeneo e privo di sbalzi, oltre che ad una festa collettiva in cui l’euforia e i trenini regnano e la gente si abbraccia anche così, senza conoscersi: Jamie uno, Frankie zero.
Tutto questo è stato bello, catartico e affascinante almeno quanto le atmosfere crepuscolari e carpenteriane dei texani S U R V I V E (anche se siamo anni luce da quanto descritto poc’anzi), o il rapping ipnotico, labirintiaco e furente, ma pur sempre danzereccio degli attesissimi Death Grips (anche se, più che di ballata, si dovrebbe parlare di mosh pit violento): MC Ride è una specie di Gil Scott-Eron rauco, ipertrofico e strafatto di anfetamine, mentre gli altri due cavalieri del male (l’ossigenato Andy Morin alle tastiere ed il cinetico Zack Hill alla batteria) provvedono a creare un autentico inferno sonoro, in un maelstrom di campionamenti, bassi taglienti e pattern ritmici pericolosamente intricati. Ceffone in bocca, con rincorsa. Nota di de-merito invece per gli Skinny Puppy, che personalmente attendevo con una certa curiosità, e che si sono invece prodotti in una sorta di ributtante circo Togni degli orrori, gran saga della ciofeca e dei rumorazzi da citofonista noise da parte del vate Nivek Ogre, miracolosamente sempre più ringiovanito tanto più gli anni passano: che creme usa (oltre a quelle che si fuma)? Ottimo invece Tycho, di bianco vestito, non esattamente il mio pane ma posto in chiusura alla prima, frenetica giornata faceva la sua porchissima figura e anzi, gran bella tenuta live, molto bravi i turnisti e molto suggestive (e decisive ai fini dello show) le proiezioni dietro al quartetto; bene, bravo, bis: spero di ritrovarlo a giro, anche per una bevuta, prima o poi. Mi fa tanto bravo ragazzo, non so voi. Altissimo il livello di groovyness anche durante il set dei Badbadnotgood (sto andando pian piano a ritroso nel tempo…), che ok non sarà elettronica (a parte qualche flirt pesante) ma qui siamo comunque su livelli altissimi: questi quattro pischelletti canadesi fanno un po’ quello che vogliono, e pur non essendo la backing band di Pharaoh Sanders, e palesando ancora qualche lacuna in sede live, viaggiano parecchio, per avere l’età che hanno. Una sgrezzatina al sound e questi nel giro di toh, tre anni, mi voglio rovinare, diventano dei giganti veri. Note di colore ed altre citazioni meritevoli, in ordine sparso: le pulsazioni sensuali di Kelly Lee Owens, producer britannica molto talentuosa uscita da poco con l’esordio omonimo su Smalltown Supersound (che v’invito a recuperare assolutamente), che ha mescolato dub, techno, dark ambient e un po’ tutto quel crogiuolo crepuscolare che caratterizza da molto tempo gran parte del catalogo Modern Love e più o meno tutta la produzione dei vari Stott, Demdike Stare e compagnia bella; l’area food inavvicinabile come sempre, e se vogliamo ancor più piena di diavolerie esotiche che faranno pagare lo scotto al tuo fegato per molte settimane; un gruppo che si chiamava Let’s Eat Grandma; gli Sleaford Mods che fanno sempre cacare (perdonatemi il francesismo), con il tizio che sbraita e si muove come Enzo Salvi in “Natale in India” e l’altro che, mano sul pacco e birra nell’altra, manda le basi e sta fermo; tapas a fiumi e congestioni improvvise; un gruppo che si chiamava Mannequin Pussy; la band post-punk Preoccupations, dal Canada, che ha (volutamente) sforato il proprio slot, tenendo il crescendo finale per almeno un quarto d’ora, che si è fatta staccare i volumi ma ha comunque CONTINUATO A SUONARE: this is hardcore; il dj set di Dixon, che giù in spiaggetta ha fatto ballare anche le palme e dio solo sa che cazzo vi siete persi; le magliette “Prank Ocean”; i Run the Jewels che si sono esibiti con una sobrissima scenografia, ovvero una riproduzione enorme per dimensioni delle due manone che campeggiano su ogni loro produzione (“grosse come du’ Fiat Panda”, come ebbe a dire un altro prode compagno di disavventure); un inglese sbronzo perso con addosso la maglia di Batistuta, successivamente abbracciato con italico fervore dal sottoscritto; un Flying Lotus al solito ottimo e prevedibilmente di fuori come i terrazzi, celato dietro ad un maxischermo con folli proiezioni e che ci sbatte in faccia senza alcun problema le motivazioni per cui resta ancora il capo assoluto del mondo (oh, questo è pur sempre il pronipote di John e Alice Coltrane): la maranzata dell’anno è sua, perché propone un suo personalissimo mashup della sigla di Twin Peaks a fine set, dando il croccantino a chi come lui si sfonda di serie tv e cannoni all day all night. Grande Steven, sei sempre il migliore. Moltissimi tifavano un’apparizione a sorpresa di Thundercat (fresco di album) ma nisba, che già Badalamenti remixato è veramente too much information.
Mi narrano addirittura di una splendida Grace Jones, che si è esibita praticamente nuda se non “vestita” di piume e body painting, ma purtroppo me la son persa e il Primavera, per quanto ganzo e godereccio, non è proprio noto per essere la land of second opportunities: io intanto ho fatto domanda al Vaticano ed a qualche stregone locale, se il prossimo anno mi viene concessa l’ubiquità vi faccio sapere, nel caso me n’avanzasse un pochino.

Ah, giustamente vi chiederete: e Aphex? Come si è comportato Aphex?

(è lo stesso set, non vi preoccupate: Londra o Barcellona non fa differenza). 

Al prossimo Primavera, peones.

T.B. x SoundBound.